Ep. 208 –ENGLISH– Monty Waldin interviews Attilio Scienza (VIA Chief Scientist) on Sicily
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In this educational podcast recorded in Italian, Monty Waldin hosts Prof. Attilio Scienza again to talk about 4 grape varieties and related wines from Sicily. In the first part, Scienza discusses Nerello Mascalese (the variety which yields the famous Etna Rosso wines) and Frappato (grown in the areas of Noto and Vittoria)—both also part of the progeny of Sangiovese as discussed in episode 196). In the second part Scienza presents two ancient grape varieties cultivated on the islands around mainland Sicily: Zibibbo or Moscato d’Alessandria from Pantelleria, the iconic grape used to make Passito di Pantelleria and grown with the alberello training system; Malvasia di Lipari from the island of Lipari in the Eolian islands. Tune in also for a dive into the history of ancient Mediterranean viticulture and wine trade throughout the centuries in which Sicily played a huge part! [A transcript of this interview is available on www.italianwinepodcast.com. A recorded audio translation into English of this interview is available in the next episode. An English-language transcript can also be found on the Italian Wine Podcast official website].

TRANSCRIPT – ITALIAN LANGUAGE

Italian Wine Podcast Episode 208: Monty Waldin intervista il Prof. Attilio Scienza (Vinitaly International Academy Chief Scientist) su 4 vini siciliani

Monty Waldin: Buongiorno! Hello! This is the Italian Wine Podcast with me, Monty Waldin. We are delighted to have Prof. Attilio Scienza for another educational podcast that, this time, will bring you on a journey around Sicily and four distinctive wines and grape varities: Nerello Mascalese, Zibibbo, Malvasia di Lipari, and Frappato. In case you have forgotten, Prof. Attilio Scienza is Italy’s leading vine genetics scholar and has published widely on the topic and on the subject of wine more generally in books and articles. He is also the Chief Scientist of the Vinitaly International Academy and author of a recent book called La Stirpe del Vino published in 2018 by Sperling & Kupfer about the family ties among grape varieties. Like we did for the previous podcasts with Prof. Scienza, we will speak in Italian and we will then record an English-language translation of this episode. By the way: you can find all the Scienza’s podcast in our series “Italian Wine Essentials.” You can access it on both SoundCloud and our official website!

Benvenuto, Attilio, per un altro episodio del podcast dedicato questa volta alla bellissima Sicilia e a 4 dei suoi vini e vitigni caratteristici: i vini della Sicilia, diciamo così continentale, il Nerello Mascalese e il Frappato e i vini delle isole intorno alla Sicilia: lo Zibibbo e la Malvasia di Lipari.

Attilio Scienza: Buongiorno a Monty e a tutte le persone che ci ascoltano.

Monty Waldin: Iniziamo a parlare di due vitigni che sono comunque tra loro geneticamente collegati cioè il Nerello Mascalese e il Frappato. Il Nerello Mascalese, in particolare, è il famoso vitigno che è parte dei vini della denominazione dell’Etna Rosso, una zona vinicola italiana che è in grande ascesa. Allora, Attilio raccontaci da dove nasce questo collegamento tra i due vitigni e poi parliamo anche un po’ di dove si trovano e qual è la loro storia.

Attilio Scienza: I due vitigni—il Nerello Mascalese e il Frappato—sono ambedue figli di Sangiovese e di Mantonico. Fanno parte di un gruppo molto numeroso di vitigni dell’Italia meridionale che comprende anche altre varietà non siciliane come il Gaglioppo calabrese.

Il Nerello Mascalese è il vitigno principale dell’Etna e assieme a una piccola percentuale di Nerello Cappuccio è alla base della DOC Etna Rosso e Etna Rosso Riserva. Viene coltivato in suoli vulcanici di origine piroclastica, quindi non dal disfacimento di lave, ma dall’eruzione di materiali inerti. La sua fascia di coltivazione è dai 300 metri fino agli 800 metri. L’Etna si caratterizza per avere una molteplicità di condizioni ambientali che sono determinati da due variabili, l’altitudine e l’esposizione. Noi abbiamo quattro esposizioni fondamentali, l’esposizione nord-est, sud, sud-ovest e ovest. La parte più famosa di queste quattro esposizioni è quella del nord-est, quella che gravita attorno a passo Pisciaro, ed è una viticultura di Nerello Mascalese molto antica, dove si trovano ancora dei ceppi prefilosserici, cioè senza il portinnesto.

L’Etna ha avuto una grande fortuna enologica, poco dopo l’arrivo della fillossera in Europa, perché questo insetto è arrivato molto più tardi sull’Etna rispetto alla Francia e altri territori italiani, per cui è riuscito a rifornire i mercati francesi per molto tempo, finché la Francia non ha riformato i suoi vigneti. Questo è stato un grande vantaggio per questo territorio che ha veramente sviluppato una enorme viticultura per produrre questi vini da esportazione. È un vitigno che si caratterizza per una buona produttività, e il vino che si ottiene è un vino piuttosto scarico di colore, come d’altronde lo sono tutti i figli di Sangiovese, ma i tannini—anche  se sono un po’ sgarbati e un po’, diciamo così, duri da giovani—poi si ammorbidiscono diventano molto interessanti, acquisendo delle espressioni gustative molto particolari, che lo caratterizzano quasi per essere un vino nordico, a parte l’altezza di produzione, ma anche per queste caratteristiche proprio di vino un po’ sottile, con un’aromaticità molto elegante. Certamente, forse un po’ lontana dai modelli che noi abbiamo dei vini mediterranei. È un vitigno che si coltiva praticamente solo sull’Etna, tutte le esperienze fatte di coltivazione fuori da questo territorio sono purtroppo fallite, e questo la dice lunga su questo rapporto strettissimo, vocazionale di questo vitigno con gli ambienti originari, antichi di coltivazione. Le prime notizie di questo vitigno risalgono alla fine del 700 e ai primi dell’800, quando gli ampelografi di allora, siciliani, come Geremia, descrivono una serie di varietà, che definiscono come Nerelli e che fanno parte della piattaforma ampelografica anche della Calabria. C’è una stretta connessione tra i Nerelli siciliani e i Nerelli calabresi e la definizione di Nerello identifica un vino dal colore chiaro, perché Nerello è un diminutivo in termini cromatici.

Il vino che produce è, come dicevo, l’Etna DOC e l’Etna DOC superiore, che è un vino in questo momento in grande espansione, in termini di esperienza, in termini di comunicazione, ed è molto apprezzato anche sui mercati esteri proprio per questa sua peculiarità e caratteristica abbastanza diversa rispetto ai vini normali del mediterraneo. Viene invecchiato in legno—ha un invecchiamento tradizionale, come un vino da arrosto, come un vino, diciamo così, da lunga conservazione—e la cosa interessante di questo vino è che nelle annate, diciamo così anche di una certa età, mantiene un carattere preciso e una evoluzione sui terziari molto particolare, molto interessante e dà queste sensazioni di mineralità molto, molto spiccate.

M.W.: Grazie Attilio, Passiamo adesso all’altro figlio del Sangiovese, il Frappato.—Ricordo a tutti i nostri ascoltatori che se vogliono approfondire la storia del Sangiovese e dei suoi figli con Attilio devono ascoltare l’episodio n. 196.—Torniamo al Frappato.

A.S.: Ecco il Frappato è un fratello di Nerello e viene coltivato in una piccola zona della Sicilia sud-occidentale nel territorio di Siracusa fra Noto e Vittoria. I terreni di questa zona sono terreni di origine marina, sostanzialmente marina, e alcuni nella parte più interna sono più antichi, e quelli verso il mare più recenti: sono terreni che si caratterizzano per un’elevata percentuale di sabbia; sono terreni molto sciolti che hanno un colore rossiccio che identifica un’origine particolare che è dovuta all’azione di dilavamento dei composti a base di calcio, dei carbonati, che con le piogge sono eluiti, cioè sono andati nelle parti sottostanti. Quindi i terreni, perdendo il calcio, evidenziano con i diossidi di ferro un colore ferruginoso, un colore di ferro, e il PH diventa un PH subacido. Quindi è un terreno molto particolare con un clima direi molto severo, un clima molto caldo e una zona particolarmente calda—forse una delle zone più calde della Sicilia—e che ha una viticultura non molto estensiva. È un vitigno che non ha l’importanza di un Nerello o di un Nero d’Avola, però ha delle caratteristiche direi molto moderne dal punto di vista del vino con cui viene prodotto.

Si producono 2 vini DOC: il Frappato di Noto e il Frappato di Vittoria, o di Vittoria e il Cerasuolo di Vittoria. In questo caso il Frappato non è vinificato in purezza ma è vinificato con il Nero d’Avola. È un vitigno poco produttivo che ha una bassa fertilità, quindi non è molto amato dai viticoltori e per questo ha un area di coltivazione abbastanza limitata, è un vitigno che ha anche delle difficolta nella sua espressione produttiva, è abbastanza scostante negli anni, non mantiene di anno in anno la sua produttività ed è un vitigno che dà origine a dei vini chiari di colore, ma molto fragranti, perché nel suo patrimonio aromatico contiene anche alcuni terpeni (linalolo o geraniolo) che danno al vino una sensazione aromatica molto precisa, molto fine. È un vino direi adattissimo per aperitivi e per antipasti e anche per alcuni piatti di pesce dove una componente importante può essere il pomodoro per esempio, e quindi adatto a questa cucina marina—marinara più che marina—dove prevale il pesce; è una zona dove la fa da padrona il pesce. I terreni, come dicevo, sono questi terreni di origine marina, con una piccola zona anche di origine vulcanica, ma molto ridotta direi rispetto a quella marina, e sono terreni che hanno uno strato lavorabile non molto alto, perché l’eluviazione, il lavaggio del cromato di calcio ha creato, a 70-80 cm di profondità, uno strato impermeabile di calcare che deve essere rotto quando si vogliono fare gli impianti. Quindi è abbastanza difficile anche la viticultura che si origina da questo territorio.

M.W.: Una curiosità: conosciamo l’origine del nome Frappato?

A.S.: No. Purtroppo non abbiamo, come per il Nerello, delle indicazioni sul nome Frappato. Molti si sono così sbizzarriti nel trovare una semantica del nome, ma non sono riusciti ad uscirne, cioè le interpretazioni sono molto fantasiose e rischiano di essere più espressioni di un linguaggio dialettale che non di un vero contenuto della parola insomma.

M.W.: Bene, passiamo ora ai vini e vitigni di alcune isole intorno alla Sicilia: la Malvasia di Lipari e lo Zibibbo (o Moscato di Alessandria).

A.S.: Sì ecco, le isole della Sicilia sono raccolte in 2 zone praticamente: quella del canale di Sicilia che è Pantelleria, tra la Sicilia e l’Africa, e le altre isole il gruppo delle Egadi o delle Eolie che è nella parte nord-orientale dell’isola, nel Tirreno. Sono tutte isole vulcaniche, anche se molto diverse dal punto di vista della orogenesi.

Pantelleria è un’isola che ha avuto eruzioni vulcaniche anche recenti, ne ha avute numerose ed è essenzialmente costituita da magma basaltico consolidato, cioè tutte le matrici vulcaniche sono di origine basaltica e i terreni si sono originati per la degradazione di questo basalto. Sono suoli abbastanza profondi, molto ricchi dal punto di vista dei componenti minerali, e hanno un’argilla che è molto simile per certi aspetti ad un’argilla che è sull’Etna che ha le caratteristiche di imbibirsi di acqua durante il periodo della pioggia e poi gestire questa argilla durante il periodo estivo. Questo consente alle viti di Zibibbo—perché è lo Zibibbo il vitigno principe di questa isola—di sopravvivere anche a dei periodi di siccità piuttosto prolungati. Lo Zibibbo è chiamato anche Moscato di Alessandria ed è il figlio di un incrocio tra Moscato Bianco e un vitigno di origine greca che è detto Eftakoilò (questo vitigno, però, ha dei nomi diversi anche in Sardegna e anche in altre parti). Quindi è un classico vitigno mediterraneo che ha dato origine, nell’incrocio con il Catarratto, al Grillo, il Grillo è figlio dell’incrocio tra lo Zibibbo e il Catarratto è un incrocio recente, ottenuto alla fine dell’800 e i primi del 900, dal Barone Mendola e per molto tempo questo Grillo è stato un componente fondamentale, assieme appunto al Catarratto e all’Inzolia, delle basi per il Marsala. Il Moscato di Pantelleria o Zibibbo è coltivato in molte zone europee mediterranee, lo si trova in Turchia, lo si trova in Grecia, lo si trova in Francia, lo si trova in Spagna, lo si trova anche in Calabria, dove dà origine quasi sempre a dei vini dolci, ottenuti per sovramaturazione o appassimento di questa uva. È un’uva molto ricca di terpeni, che sono alla base del suo profilo aromatico ed in particolare molto ricca di Nerolo e Citronellolo che sono 2 terpeni che caratterizzano il profilo sensoriale di questo vino per una serie di descrittori che vanno dalla rosa appassita alla Sala di Escrarea.

La tecnica di coltivazione di questo vitigno è molto singolare perché questo vitigno viene coltivato ad alberello, un alberello praticamente orizzontale, strisciante in buche ricavate nel terreno per proteggere la vegetazione di questo vitigno dal vento salato. L’isola di Pantelleria è un’isola, quindi è battuta costantemente da diversi venti di origine molto diversa, dal Libeccio allo Scirocco, e se non ci fossero queste protezioni dovute all’incassatura della vite all’interno di queste fosse, la vegetazione sarebbe fortemente danneggiata. La produzione non è molto alta, anche se il grappolo di Zibibbo è un grappolo piuttosto importante con acini anche di buone dimensioni, perché è considerato anche un’uva da tavola, ma quello che conta di più è la tecnica di lavorazione di questo vitigno. Che è quella direi antica proprio dettata da Esiodo nel Le Opere e I Giorni dove Esiodo descrive le modalità per produrre un vino dolce nei territori dove lui operava che erano quelli della Grecia. Qual è questa tecnica? Beh, l’isola ha delle caratteristiche geologiche abbastanza simili, essendo un’isola piuttosto piccola e il risultato di diverse eruzioni vulcaniche, ma ha caratteristiche climatiche profondamente diverse nelle sue parti. La parte più occidentale è la parte detta precoce, mentre la parte orientale e le zone di maggior latitudine sono dette tardive. La tardività o la precocità si riferisce all’epoca di maturazione, che può essere anche di un mese e mezzo tra le zone precoci e quelle tardive. In quelle diciamo così precoci, l’uva può maturare anche verso la fine di luglio, mentre in quelle tardive l’uva matura alla fine di agosto e i primi di settembre. Nelle zone precoci l’uva viene raccolta quando è matura e da questa si ottiene un vino con una vinificazione tradizionale in bianco. Intanto l’uva delle zone più tardive viene raccolta e viene messa ad appassire. L’appassimento è al sole. L’appassimento è in platee che sono destinate solamente a questa operazione; l’appassimento dura una ventina di giorni, dopodiché l’uva passa, viene sgranata e viene aggiunto al vino che ha appena terminato di fermentare. Questo comporta una cessione degli zuccheri e degli aromi, anche per l’effetto dell’alcool del vino dove quest’uva viene immersa. Dopo un certo periodo viene separata l’uva intera dal vino che intanto si è arricchita di aromi e di zucchero; e questo è importante perché il vino che si ottiene è un vino stabile, stabile per il contenuto elevato di alcool, stabile per il contenuto elevato di zuccheri, dove l’elevato contenuto di zuccheri—si può arrivare anche a livelli molto elevati di zucchero (percentuali del 30-35% di zucchero)—garantiscono una fragranza, una morbidezza, ma soprattutto il mantenimento dell’aroma. Quando un vino aromatico viene fermentato e va a secco, difficilmente questo vino mantiene i caratteri varietali perché, nella fermentazione, questi terpeni vengono fortemente degradati, e quindi non rimangono perché sono legati agli zuccheri: solamente legati agli zuccheri questi terpeni mantengono questo aroma e quindi questa caratteristica fondamentale.

Nel passato, questo vino veniva ottenuto anche mutizzando il mosto che, un mosto che fermentava parzialmente aggiungendo dell’alcool e dunque si otteneva questo vino di Pantelleria che andava molto di moda negli anni 50 e 60. Era un vino molto stabile dal punto di vista fisico-chimico, molto piacevole, ma certamente non era l’espressione della nostra viticultura meridionale; era più un’espressione della viticultura francese, perché i “vins doux” francesi non vengono fatti come da noi utilizzando solamente l’uva appassita che viene aggiunta al vino. Quindi dopo questa fase in cui il consumatore ha iniziato così a rifiutare un po’ questo modello di vino ottenuto per alcolizzazione si è passati finalmente  alla produzione del Passito di Pantelleria, a questa DOC molto importante e che naturalmente ha un suo mercato di amatori, anche se in questo momento purtroppo, i vini dolci stanno attraversando una fase un po’ difficile dal punto di vista della loro utilizzazione nel consumo quotidiano, perché sono ricchi di alcool, di zuccheri. Ci sono cioè delle problematiche di tipo dietetico, non è facile collocare in un contesto alimentare questo vino, con cosa lo si consuma? Con quale cibo? Chi riesce a meditare ancora per poter chiamare questi vini, vini da meditazione. Comunque è un prodotto molto importante dal punto di vista anche della sua storia e di evocazione che questo vino può dare della cultura del mediterraneo.

In questi anni, anche per questa difficoltà commerciale del vino dolce, si è iniziato a produrre dei vini di Zibibbo secchi con grande successo. Questi vini stanno avendo molto successo, non solamente a Pantelleria, ma anche sulla terra ferma nel Marsalese. E questo perché la moderna tecnica enologica riesce a vinificare quest’uva senza che quest’uva si trasformi in un vino dalle caratteristiche amarevoli come sono di solito il Moscato e avere una buona fragranza aromatica e sta avendo molto successo per l’eleganza delle sue doti sensoriali.

M.W.: OK perfetto, grazie Attilio, adesso andiamo invece sull’isola di Lipari e parliamo della Malvasia delle Lipari.

A.S.: Un altro vino dolce importante della Sicilia è quello che si produce nelle isole Lipari, che prende il nome da una delle isole, dalla più grande di queste isole, che è l’isola di Lipari, anche se poi viene prodotto in altre isole come per esempio a Vulcano o a Stromboli. Questo vitigno è davvero un vitigno possiamo dire ubiquitario nel mediterraneo: la Malvasia delle Lipari è coltivata con un nome diverso a Dubrovnik, sulla costa adriatica, si chiama Malvasia di Dubrovnik; è coltivata a Bianco, questo paese della Locride, dove si chiama Greco in questo caso, quindi è il Greco di Bianco; è coltivata con un nome diverso a Bosa, in Sardegna, si chiama Malvasia di Bosa; è e coltivata a Sitges che è una zona della Spagna meridionale; o è coltivata nelle Canarie con il nome di Malvasia e anche con altri nomi ma comunque sempre con Malvasia. Questo è un vitigno certamente di origine greca, che è stato diffuso probabilmente dai coloni greci prima però sulla costa del nord dell’adriatico e poi da questi portati nell’Italia meridionale e nelle altre parti del mediterraneo, dov’è coltivato. È un vitigno un po’ capriccioso nelle caratteristiche produttive, ha dei grappoli molto spargoli, che consentono a questo vitigno di appassire.

Di solito l’appassimento viene fatto in pianta contrariamente ad altri vitigni dai quali si ottiene un vino dolce. Ci sono alcune esperienze anche di appassimento su stuoie comunque al sole, ma è un vitigno che appassisce in virtù delle caratteristiche di avere degli acini piuttosto piccoli, e una pruina piuttosto diciamo così sottile, questo consente di avere un buon appassimento in tempi molto ridotti e quindi una eleganza molto particolare. Appartiene alla grande famiglia delle Malvasie, sono circa una trentina le Malvasie che vengono coltivate in Europa, la gran parte di queste sono coltivate in Italia; non è definibile come una Malvasia aromatica; ha un aroma molto sottile, molto fine non è certamente avvicinabile a tante altre Malvasie che hanno questi aromi di Moscato.

Dà origine a 2 tipologie di vino: un vino dolce, molto elegante, non aromatico, dalle caratteristiche particolari, direi non stucchevole, non dà vini molto dolci, dà vini che hanno una buona acidità, che hanno un buon equilibrio, quindi sono vini quasi da pasto, non solo da dessert; poi dà origine anche a vini secchi, quindi ha una possibilità importante di fornire un prodotto interessante dovuto proprio al non appassimento, ad una vinificazione di questo vino in modo così naturale, senza appassimento. I suoli dove è coltivato sono i suoli vulcanici piroclastici, molto diversi quindi da quelli dell’isola di Pantelleria dove invece i suoli sono il risultato del disfacimento dei basalti. In questo caso sono invece suoli formati dalle esplosione delle bocche vulcaniche, e dall’uscita di questi materiali leggeri, pomici, ceneri, pozzolane, cioè tutti i materiali direi che costituiscono suoli molto, molto leggeri, dove la parte radicale della pianta può andare in profondità, ma d’estate può avere dei problemi non indifferenti per la siccità.

La forma di allevamento antica era una piccola pergola, dove la vegetazione veniva allevata orizzontalmente, per non avere il contrasto del vento, per evitare che il vento potesse rovinare la chioma. Adesso invece si cercano delle forme di allevamento a spalliera, cercando di mettere i vigneti in una posizione tale che il vento le raggiunga defilate e non sulla chioma. Questo è molto importante per avere una buona meccanizzazione, perché gli alberelli bassi erano molto onerosi in termine di gestione, mentre le spalliere sono meccanizzabili. È naturalmente un vino che viene prodotto in piccole quantità, è una viticultura direi oasistica, che alimenta soprattutto un mercato di prossimità, un mercato caratterizzato da un consumo locale, sia per i ristoranti e gli ospiti di queste località di mare, sia per qualche bottiglia che i visitatori, i turisti si portano a casa.

Le quantità sono molto modeste, e anche qui il problema del vino dolce e della difficoltà commerciale dei vini dolci in genere è stato parzialmente risolto con la produzione di vini secchi, sempre della stessa varietà, si stanno tentando tecniche di vinificazione alternative, attraverso l’uso delle anfore per esempio, con macerazioni molto più lunghe rispetto a quelle normali. La tecnica di vinificazione è una tecnica antica, certamente non così complicata come quella della produzione del Moscato di Pantelleria. In questo caso dopo la pigiatura attende che il cappello si alzi, quindi c’è una piccola fase di macerazione sulle vinacce, dopodiché il vino viene svinato e conservato lontano dalla vinaccia. Rimane comunque un bel colore ambrato e questo profumo del vino che viene estratto dalle bucce con queste tecniche di macerazione.

Il vino è tutelato da una DOC, la DOC che tutela l’origine, che tutela le tecniche di coltivazione, le tecniche di vinificazione, ma certamente è un vino che non ha problemi dal punto di vista della sofisticazione, perché è talmente ridotta la sua produzione che non c’è necessità di grande protezione. È un vino molto interessante dal punto di vista del profilo aromatico, perché forse è uno dei pochi vini dolci che ha, come carattere identitario, questo profumo di albicocca, diciamo così, matura. È riconoscibile in modo istantaneo quando si mette il naso su questo vino, si viene assaliti da questo profumo spiccato di questa albicocca, poi naturalmente questo aroma è accompagnato da tutta una serie di altri aromi, che sono tipici della macchia mediterranea, il timo, l’origano—tutte caratteristiche molto importanti che fanno di questo vino un vero testimone di una viticultura meridionale antica e dalle lunghe tradizioni culturali.

M.W.: Attilio, possiamo parlare ora dell’origine del nome “Malvasia”? L’origine dei nomi dei vitigni racchiude sempre delle storie bellissime e molto interessanti!

A.S.: Come tutte le Malvasie, l’origine del nome deriva da una località della Grecia, che è stata scoperta dai Veneziani nel corso della Quarta Crociata, quando i veneziani si erano offerti di trasportare i Crociati in Terra Santa e in quella occasione—siamo più o meno agli inizi del 1200—occupano militarmente gran parte dei porti del Mediterraneo Orientale. Certamente i Veneziani non avevano offerto questo servigio gratuitamente, ma avevano già pensato che nel trasporto di queste truppe potevano in questo modo direi costruire una rete di località dove loro potevano poi appoggiarsi per i loro commerci. Uno di questi luoghi si chiamava “monobasos;” “monobasos” in Greco vuol dire porto con una sola entrata, perché aveva questa caratteristica importante di essere un porto da cui si entrava da una parte, ma aveva la possibilità di essere affrontato su 2 lati, a seconda della direzione del vento. E quando i Veneziani arrivano in prossimità di questo porto si accorgono della qualità del vino che viene prodotto e imbarcato da quel porto e cominciano subito a pensare all’utilizzo di questo vino. Siamo in una fase climatica europea molto difficile, siamo agli inizi di quella che venne chiamata la piccola glaciazione medievale e naturalmente i mercati ricchi del nord avevano bisogno di un vino dolce, alcolico, medicamentoso, come lo chiamavano i Veneziani, per sostituire questi vini che non tenevano fino a marzo perché diventavano aceto, e qui diventa il grande affare di Venezia. Venezia però, deve produrre una quantità enorme di questo vino e lo produce a Creta—Creta diventa un enorme vigneto—ma Creta verso il 1600 viene riconquistata dai Turchi e Venezia deve andarsene, e perde questo grande vigneto dove si produce la Malvasia. Ma non può rinunciare al mercato delle Malvasie e quindi fa produrre sulle due coste del fiordo adriatico (quello orientale e occidentale) tutta una serie di vini dalle caratteristiche simili alla Malvasia originaria, da un numero enorme di vitigni. Allora tutte queste varietà che avevano un nome diverso prima che arrivassero i Veneziani, improvvisamente venivano tutte chiamate Malvasie, perché è il vino che dà il nome al vitigno in questo caso, non è come di solito il vitigno che dà nome al vino. E tra queste Malvasie c’è anche la Malvasia delle Lipari, ma ce ne sono tantissime altre, la Malvasia di Candia, la Malvasia di Candia aromatica, la Malvasia di Schierano, la Malvasia Istriana, la Malvasia Rossa. Cioè, questo numero enorme di varietà che diventano tutte improvvisamente Malvasie per produrre questo vino con il quale Venezia alimentava questo grande mercato del nord Europa e questo delle Lipari appartiene a questo gruppo di varietà fortunate perché attraverso questo commercio ricco con il Nord-Europa hanno mantenuto la loro identità e la loro presenza nel Mediterraneo.

M.W.: Fantastico! Siamo alla fine di questo episodio e come sempre volevo ringraziare il nostro ospite, il Prof. Attilio Scienza per questo viaggio affascinante in Sicilia attraverso 4 dei suoi vini e vitigni caratteristici: il Nerello Mascalese e i vini dell’Etna che è molto trendy in questo periodo, il Frappato coltivato a Sud della Sicilia nelle zone di Noto e Vittoria; il vino passito di Pantelleria fatto con lo Zibibbo che porta con sé una traditione antichissima di viticoltura e vinificazione; e la Malvasia delle Lipari coltivata in un’altra isola della Sicilia unica. Grazie mille Attilio e alla prossima!

A.S.: Ciao a tutti vi saluto con grande affetto e simpatia e spero che queste mie chiacchierate, queste mie conversazioni possano aiutare a comprendere la grande ricchezza del vino italiano. A presto.