Una frase che ci è rimasta in testa
C’è una cosa che ci è rimasta impressa dopo l’intervista con Stevie Kim e, curiosamente, non ha a che fare né con l’ansia generazionale, né con la pazienza che secondo lei ci manca, né con il fatto che siamo iperconnessi. È una frase che è arrivata quasi in mezzo a un altro discorso, mentre stavamo parlando di comunicazione del vino e di come il vino venga raccontato alle nuove generazioni.
A un certo punto, mentre stavamo discutendo se il vino venga davvero raccontato bene alla Gen Z oppure no, Stevie ha detto una cosa molto semplice: “tutto dipende da chi hai davanti”. Sul momento non ci era sembrata una frase destinata a rimanerci impressa. E invece, nei giorni successivi, continuavamo a tornarci sopra. Perché più ci pensavamo, più ci rendevamo conto che quella frase non parlava soltanto di vino.
Siamo sicuri di sapere chi ascolta la Gen Z?
Quando si parla della nostra generazione succede una cosa abbastanza curiosa. Ci sono continuamente persone che cercano di capire cosa ci piace, cosa compriamo e soprattutto come bisogna parlarci. A volte sembra che esista una specie di manuale non ufficiale che tutti abbiano letto tranne noi: la Gen Z vuole questo, non vuole quello, beve meno, comunica così, consuma in un certo modo.
Eppure, in mezzo a tutte queste teorie, ci viene il dubbio che ci sia una domanda molto più semplice, e probabilmente anche molto più interessante, che continuiamo a farci troppo poco: siamo davvero sicuri di sapere chi influenza la Gen Z?
E il vino dove entra in tutto questo?
Perché alla fine è da lì che siamo partite: dal vino.
Da quella sensazione di cui avevamo parlato anche durante l’intervista con Stevie e che probabilmente chiunque della nostra generazione abbia provato almeno una volta. Entrare in un ristorante, aprire una carta vini e avere immediatamente la sensazione di non sapere abbastanza. Non abbastanza da scegliere con sicurezza, non abbastanza da fare una domanda senza sembrare inesperti, non abbastanza da sentirsi davvero parte della conversazione.
E forse è proprio qui che il tema della comunicazione diventa interessante. Perché quando il vino viene percepito come qualcosa di elitario, tecnico o semplicemente lontano, il modo in cui viene raccontato diventa quasi importante quanto il vino stesso. A quel punto non conta soltanto cosa viene detto, ma anche chi lo sta dicendo e il modo in cui riesce a farti sentire accolto all’interno di quella conversazione.
Perché a quel punto la domanda è diventata quasi inevitabile: chi sono oggi le persone a cui la Gen Z presta davvero attenzione quando si parla di vino? Perché istintivamente verrebbe da rispondere sommelier, produttori, giornalisti, critici. Eppure non siamo così sicure che, almeno per la nostra generazione, le cose funzionino sempre in questo modo.
Non sempre ascoltiamo gli esperti
La risposta più immediata sarebbe dire gli influencer, i creator, le persone che parlano di quell’argomento specifico e che, almeno in teoria, dovrebbero essere le più credibili quando si tratta di consigliarci qualcosa.
Se si parla di moda, ascolti chi ne sa di moda. Se si parla di fitness, ascolti chi ne sa di fitness. Se si parla di vino, ascolti chi il vino lo vive e lo racconta ogni giorno. Sembra un ragionamento perfettamente coerente. Eppure, se pensiamo al modo in cui scopriamo davvero le cose oggi, non siamo così convinte che funzioni sempre così.
Perché molto spesso non ci imbattiamo in un vino mentre stiamo cercando informazioni sul vino. Ci imbattiamo in un vino mentre stiamo guardando tutt’altro. Magari stiamo seguendo una creator che parla di viaggi e all’improvviso la vediamo seduta in una piccola enoteca a Lisbona. Oppure qualcuno che racconta ristoranti, cucina, design, moda o semplicemente la propria vita quotidiana. Non abbiamo aperto quel video per imparare qualcosa sul vino e probabilmente non ci interessa nemmeno sapere da quale denominazione arrivi quella bottiglia. Eppure quella scena ci rimane in testa, quel calice lo notiamo e quella scelta la registriamo quasi senza accorgercene. Non perché qualcuno ci stia facendo una lezione sul vino, ma perché nel frattempo abbiamo iniziato ad ascoltare la persona che ce lo sta mostrando.
Forse seguiamo le persone prima degli argomenti
E più ci pensiamo, più ci sembra che il punto sia proprio questo: forse la Gen Z non segue un argomento, segue una persona che parla di quell’argomento.
Perché quando qualcuno entra nella tua quotidianità attraverso uno schermo e lo segui abbastanza a lungo da riconoscerne il modo di parlare, i gusti e il punto di vista, a un certo punto inizi a fidarti. Non necessariamente perché quella persona sappia più cose degli altri, ma perché, a forza di seguirla, hai la sensazione di conoscerla davvero. E questa fiducia, che piaccia o no, finisce inevitabilmente per influenzare anche il modo in cui guardiamo tutto il resto, compreso il vino.
E se il vero tema fosse la fiducia?
Forse allora il punto non è capire se esistano abbastanza wine influencer o se il vino sia raccontato bene oppure male sui social.
Il punto, invece, è capire chi riesce davvero ad entrare nella conversazione.
Perché una delle cose che sentiamo ripetere più spesso quando si parla di vino è che il settore dovrebbe parlare di più ai giovani. Ed è probabilmente vero. Però, prima ancora di chiedersi come parlare ai giovani, bisognerebbe chiedersi una cosa diversa: chi sono le persone che i giovani stanno già ascoltando?
Perché, probabilmente, il vino non ha bisogno di trovare qualcosa di nuovo da dire. Ha bisogno di capire meglio con chi sta parlando.
Quindi chi influenza davvero la Gen Z?
E allora la domanda iniziale cambia leggermente forma. Non chi influenza la Gen Z, ma chi riesce a farla avvicinare a qualcosa di nuovo. Perché molto spesso non seguiamo qualcuno perché ha tutte le risposte, ma perché ci sentiamo abbastanza a nostro agio da ascoltarlo.
Il vino, alla fine, non ha necessariamente bisogno di più influencer. Ha bisogno di più persone capaci di raccontarlo senza far sentire chi ascolta costantemente sotto esame. E forse è proprio per questo che continuiamo a tornare a quella frase che ci era rimasta impressa durante l’intervista: non conta tanto l’età di chi comunica, e nemmeno quanto ne sa.
Conta capire chi hai davanti.


