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La Ruta de las Islas

Di Stevie Kim

Il seguente articolo è stato pubblicato sul numero 41 del magazine Vitae, pubblicazione ufficiale dell’Associazione Italiana Sommelier, uscito a giugno 2024.

Per la sua posizione geografica, la sua percorribilità e le relazioni umane che lo caratterizzano, il Mediterraneo è senza dubbio l’epicentro di molti eventi storici decisivi: dal Neolitico ai giorni nostri, intere civiltà sono nate e fiorite attorno a questo mare o non lontano da esso. Il Mediterraneo è un luogo di comunicazione, un lago di interculturalità e un crocevia di intensi scambi tra i suoi popoli rivieraschi, molto attivi fin da epoche antiche. Per tutte queste ragioni, il grande storico francese Fernand Paul Achille Braudel (1902-1985) lo ha definito un continente liquido, dove le strade sono rotte marittime e le navi trasportano sì merci, ma anche esperienze, idee e culture. 

Le diverse realtà culturali che convivono e interagiscono nel “continente Mediterraneo” sono nate da un fenomeno migratorio che scandisce la storia stessa della civiltà di quelle zone. L’abitudine a spostarsi da una sponda all’altra del Mare Nostrum è diventata parte integrante dell’identità dei relativi popoli, conferendo alla loro cultura quella dimensione universale che permea l’essenza della sua grandezza e del suo splendore. In questo contesto, le isole sono le prime protagoniste della civiltà del vino europea, un fondamentale avamposto della cultura enologica occidentale. Come mai? 

Nei rapporti commerciali tra i popoli, il vino è tra le merci più pregiate e ricercate: le isole, capillarmente distribuite lungo le principali rotte marittime, ne rappresentano i luoghi di scambio ideali. 

Storicamente, si parla di “rotta delle isole” per descrivere la via d’acqua che unisce le coste iberiche a quelle della penisola italiana attraverso le Baleari, la Corsica, la Sardegna e la Sicilia, per poi procedere oltre, verso il Mar Nero, tramite Malta, Creta, arcipelago dell’Egeo, Stretto dei Dardanelli e Bosforo. È proprio in virtù di queste strade d’acqua e delle contaminazioni da esse stesse rese possibili che l’Italia può oggi vantare diverse ricchezze enologiche apprezzate in tutto il mondo. L’enocultura viaggia su queste rotte già assieme alle navi fenice e micenee, è addirittura protagonista in diverse pagine dell’Iliade e dell’Odissea e costituisce parte integrante della vita sociale e religiosa di tutte le colonie greche. In epoca romana è intensa sia l’importazione di vino pregiato proveniente dall’Italia che quella di vino prodotto in altre zone del Mediterraneo. 

Ancora, il Medioevo vede l’Italia al centro dei commerci dei vini di tutto il Mediterraneo e verso l’Europa continentale. 

È in particolare nel basso Medioevo che troviamo le radici delle strette e prolungate relazioni economiche e politiche tra Italia e Spagna che segnano profondamente il nostro scenario enologico e ampelografico. Nel 1282, in seguito alla ribellione dei Vespri Siciliani, la corona del re di Sicilia passa dagli Angiò di Francia agli aragonesi di Spagna. Tra il 1323 e il 1326, i re catalano-aragonesi sbarcano anche in Sardegna, base strategica essenziale nella ruta de las islas, ottenendone poi il controllo totale nel 1420 con l’annessione del Giudicato di Arborea. Dopo la conquista del Regno di Napoli nel 1500 e la pace di Cateau-Cambrésis del 1559, la presenza spagnola nell’Italia mediterranea si consolida. 

In questi secoli, le varietà di vitigno coltivate e la produzione di vino aumentano sensibilmente. Vermentino, Carignano (o Bovale Grande) e Bovale Sardo, Bombino Bianco, Cagnulari, Monica, Girò, Torbato (Turbat di Catalogna) e Nasco – per citarne alcuni – possono considerarsi di origine iberica; per approfondire questi vitigni, consiglio l’ascolto della serie Italian Wine Book features Italian Wine Unplugged 2.0 di Italian Wine Podcast, a cominciare dall’episodio n. 1562. Garnacha, Grenache, Granazza, Garnaccia e Alicante, che condividono il medesimo bagaglio genetico, trovano un’origine comune in “vernaccia” o “vernazza”, dal porto di Vernazza nelle Cinque Terre da dove questi vini ebbero origine. A proposito di Vernaccia, pare sia sempre merito degli spagnoli l’applicazione della tecnica di produzione di vini fortificati; nel Medioevo, la vernaccia che a Oristano regala risultati d’eccellenza è in competizione con la malvasia veneziana per i mercati dell’Europa settentrionale. 

Nella provincia spagnola di Alghero del XIV secolo un decreto reale stabilisce il divieto di introdurre e vendere vini non prodotti nel territorio tra ottobre e aprile; nel resto dell’anno, i vini provenienti da altre parti dell’isola sono soggetti a dazi doganali molto elevati. Si instaura insomma una vera e propria politica protezionistica che favorisce notevolmente la viticoltura algherese. A questi statuti si alternano però anche misure per favorire l’importazione di vinosoprattutto da Calabria, Sicilia, Alicante e Maiorca – quando le condizioni climatiche sfavorevoli penalizzano la produzione locale. Nello stesso periodo, il termine Cannonau inizia a comparire sempre più spesso nei documenti doganali e commerciali: in una relazione del 1612 inviata a Filippo II di Spagna si legge che la Sardegna è ricca di hubas y vino muy bueno e che questo vino viene esportato in tutto il Mediterraneo.

Porto di Alghero, Sardegna

Nel 1556, quando Filippo II di Spagna diventa Re di Sicilia e Sardegna, l’Europa continentale è stretta nella morsa di carestie, peste e guerre. Al contrario, le regioni mediterranee sembrano esenti da questi eventi e acquisiscono dunque un ruolo chiave come produttrici e fornitrici di vino, oltre che di altri beni di sostentamento. Sull’onda del commercio veneziano, che a causa della pressione Ottomana ha difficoltà a reperire dalla fonte i tanto apprezzati vini greci, i produttori italiani si orientano progressivamente verso i vitigni che permettono di produrre i cosiddetti vini “d’imitazione”. Si diffondono così da Napoli o dalla Liguria alcune varietà chiamate genericamente “greco” e “malvasia” per la loro capacità di dare vini dolci e aromatici, di stile ossidativo e con un alto grado alcolico. Per imitare al meglio il gusto di questi vini popolari, viene inoltre introdotta la pratica di far seccare l’uva, come testimoniato da numerosi contratti di mezzadria: l’uva “da appendere” era di solito Malvasia e Vernaccia. 

Questo porta anche al primo vero ingresso del vitigno nella comunicazione, tematica a me particolarmente cara: l’abitudine di identificare il vino con termini legati ai luoghi di produzione, a elementi di contesto o al colore viene messa da parte in favore del “marketing” sotto il nome della varietà. Di questo parleremo magari in un altro articolo. Come conclusione a questo, invece, vorrei osservare che ha forse più senso, per il Mediterraneo, parlare di tante viticolture che il mare mette in dialogo fra loro e unisce piuttosto che di una sola viticoltura. Questa pluralità ha radici antiche ed è modulata non tanto dai paesaggi viticoli quanto da quelli culturali. Lo abbiamo detto già all’inizio: le rotte, come quella delle isole, hanno reso protagonista il Mediterraneo più per lo scambio di idee ed esperienze che di merci in sé. In nessun’altra parte d’Europa il vino è così umano come nel Mediterraneo. 

 

Stevie’s book corner

♣ Attilio Scienza, Serena Imazio, In the name of Italian wine, Mamma Jumbo Shrimp, 2023 

Porto nuovamente nel nostro angolo di consigli bibliografici quella fonte inesauribile di informazioni che è il Professor Attilio Scienza. Assieme a Serena Imazio, il Professore tratteggia un pellegrinaggio lungo le strade consolari romane, le vie religiose medievali e le coste del Mediterraneo, ivi compresa la “rotta delle isole”. L’analisi delle rotte commerciali ci fornisce una chiave interpretativa efficace per comprendere i percorsi del vino e lo sviluppo della relativa cultura.

♣ Fernand Braudel, The Mediterranean and the Mediterranean World in the Age of Philip II, University of California Press, 2023

Per chi volesse sapere di più sugli studi dello storico francese menzionato all’inizio dell’articolo, ecco un suo lavoro in due volumi (del 2023 è la ristampa più recente). Anche se il titolo colloca il focus sull’età di Filippo II di Spagna, parliamo quindi della seconda metà del XVI secolo, Braudel spazia qui a ritroso nella storia fino a Ulisse per poi tornare fino all’epoca contemporanea, spostandosi dall’area mediterranea al Nuovo Mondo e ad altre destinazioni dei commercianti. 

Pubblicato anche sulla rivista Vitae numero 41 di giugno 2024.

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