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Tre giorni a Sibari con Italian Wine Podcast: cosa abbiamo imparato da Vinitaly and the City

A Sibari siamo arrivate con il team di Italian Wine Podcast, media partner di Vinitaly and the City, per raccontare l’evento. Per noi di Flip Side era il primo vero evento B2C e, di conseguenza, anche la prima volta in cui ci trovavamo a raccontare il vino direttamente in mezzo al pubblico, seguendo tutto quello che succede quando un evento prende vita. Una situazione molto diversa da quella a cui siamo abituate quando raccontiamo il vino da dietro un computer, dove hai sempre il tempo di sistemare quello che stai raccontando. A Sibari, invece, quell’illusione è durata più o meno fino all’inizio della prima intervista.

Faceva caldo, c’era tantissima gente e noi cercavamo di stare dietro alle riprese, ai cambi di programma e alle persone che attraversavano l’inquadratura proprio nel momento in cui avevamo finalmente trovato quella giusta. A volte una di noi intervistava e l’altra faceva praticamente da bodyguard alla telecamera, cercando di proteggere quei pochi secondi di video a ogni costo. In altri momenti, invece, seguivamo semplicemente quello che stava succedendo, sperando di riuscire a portare a casa tutto quello che avevamo programmato.

Vivere il vino, invece di limitarci a raccontarlo

Tra un’intervista e l’altra abbiamo parlato con produttori, consorzi, rappresentanti delle istituzioni e giovani professionisti, provando a conoscere la Calabria nel modo più diretto possibile, cioè attraverso le persone che il vino lo fanno, lo raccontano e lo vivono ogni giorno. All’inizio eravamo concentrate soprattutto sulle domande da fare e sulle riprese da portare a casa, ma più passavano le ore, più ci rendevamo conto che stavamo vivendo il vino in un modo completamente diverso dal solito.

Per una volta, infatti, non stavamo cercando di capire come trasformarlo in qualcosa da raccontare, ma lo stavamo osservando direttamente nel contesto in cui veniva vissuto. Da quella prospettiva appariva molto meno ordinato e molto più naturale rispetto a quando proviamo a raccontarlo. Non era soltanto l’argomento di un’intervista o qualcosa che dovevamo necessariamente trasformare in un contenuto, ma era già lì, nelle persone che si fermavano a parlare e ad assaggiare.

Osservandolo da vicino ci siamo accorte che non sempre dietro a una scelta c’è una grande spiegazione e che, molto spesso, nessuno sente nemmeno il bisogno di trovarla. A volte una persona assaggia qualcosa, le piace e basta, e forse è stato proprio questo l’aspetto più interessante: per due giorni non ci siamo limitate a raccontare il vino, ma abbiamo visto il modo in cui le persone lo vivono.

Abbiamo chiesto ai diretti interessati

E tra quelle persone c’erano anche molti ragazzi della nostra età. A quel punto, quale occasione migliore per fermarne qualcuno, mettergli davanti un microfono e fare finalmente qualche domanda anche a loro?

Così abbiamo iniziato a intervistare ragazzi della nostra età e, quasi subito, ci siamo ritrovate molto più nel nostro elemento, perché per una volta a parlare non erano professionisti che cercavano di spiegare come ragionano i giovani, ma giovani che parlavano con altri giovani, senza sentire il bisogno di trasformare ogni risposta nell’ennesima analisi generazionale. La differenza si sentiva soprattutto nel modo in cui nascevano le conversazioni: noi facevamo domande semplici, loro rispondevano altrettanto semplicemente e nessuno sembrava preoccuparsi di trovare la frase perfetta o di rappresentare un’intera generazione.

La cosa bella è che, dopo poco, non sembrava nemmeno più un’intervista, ma una normale chiacchierata tra coetanei, con opinioni diverse, gusti personali e anche qualche “non lo so” detto senza troppi problemi. Per una volta non stavamo cercando di capire la Gen Z da fuori o attraverso le parole di qualcun altro: eravamo semplicemente la Gen Z che parlava con la Gen Z.

Quello che ci siamo portate a casa

Quando siamo ripartite avevamo la sensazione che quei due giorni ci avessero fatto vedere qualcosa che, da dietro un computer, non è sempre così facile riconoscere. Noi il vino lo raccontiamo tutti i giorni, cercando ogni volta il modo migliore per farlo, ma forse ci serviva proprio un evento B2C per ricordarci che il vino esiste molto prima dei contenuti che creiamo su di lui

A Sibari lo abbiamo visto entrare nella vita delle persone con una spontaneità che, da dietro uno schermo, non è sempre così facile restituire. Le persone non sembravano preoccuparsi di capire tutto o di trovare per forza una definizione per quello che avevano nel bicchiere: assaggiavano, parlavano, si facevano consigliare qualcosa e si godevano la serata, senza trasformare ogni scelta in un grande discorso.

Forse è proprio questa la cosa che ci siamo portate a casa. Prima di diventare qualcosa da raccontare, il vino è qualcosa che le persone vivono, e noi arriviamo dopo, quando proviamo a raccogliere quei momenti e a trasformarli in un racconto. Ed è una prospettiva che probabilmente ci tornerà utile anche la prossima volta che ci ritroveremo davanti a una pagina bianca, cercando il modo migliore per parlare di vino.

Voto alla trasferta? 10/10.

Caldo escluso, naturalmente.

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