Tra qualche mese inizia ufficialmente la stagione dei concerti estivi. Harry Styles porterà il suo nuovo tour negli stadi, Pitbull ha appena annunciato le date europee, i festival si riempiono già di nomi, e tutta Italia si prepara a quella cosa bellissima e caotica che è una serata all’aperto con la musica a tutto volume.
I concerti sono la mia cosa preferita al mondo. Sono appena stata al concerto di Olly; quasi tre ore di adrenalina, sudore e urla e già immagino l’estate. Ma noi di Flip Side, che ormai pensiamo al vino in ogni contesto possibile, ci siamo fatte una domanda molto semplice: ai concerti, il vino, dov’è? Forse, semplicemente, non c’è. O quasi.
Lo stand delle bevande: un posto dove il vino non esiste
Se siete mai stati a un concerto in Italia (uno stadio, un palazzetto, un festival) sapete già come funziona. Ti avvicini al banco allestito per le bevande, guardi cosa c’è, e la scelta è sempre più o meno la stessa: birra, qualche cocktail semplice, acqua e bibite. Se siete fortunati, uno spritz già versato in un bicchiere di plastica che sa vagamente di estate.
E il vino? Proprio raramente. Quando c’è, è sempre qualcosa di anonimo in un bicchierino di plastica, a una temperatura che non ha niente a che fare con quella giusta (perchè ora la sappiamo!).
Questo, in qualsiasi altro paese del mondo, sarebbe normale. Ma siamo in Italia: forse il paese con più vitigni al mondo, con una tradizione enologica da invidiare. E nei concerti, uno dei momenti collettivi più belli che esistano, il vino sparisce. È strano. Molto strano.
Ma perché il vino non trova il suo posto ai concerti?
Ci abbiamo ragionato un po’ e le ipotesi sono diverse.
La prima è pratica: il vino è difficile da gestire in un contesto del genere. Richiede temperature specifiche, bicchieri diversi e un minimo di attenzione in più, che in mezzo a cinquantamila persone diventa complicato. La birra o è fredda o non è fredda, fine. La bibita in lattina è già pronta. Il vino chiede un passaggio in più.
La seconda è culturale: il concerto, almeno nell’immaginario collettivo, è un posto da birra. È sempre stato così, in tutto il mondo. È il drink della folla, della velocità, del non pensarci troppo. Il vino appartiene a un altro ritmo: seduto, lento, conviviale. E i concerti sono tutto tranne che lenti.
La terza, però, è quella che ci interessa di più: forse nessuno ha ancora provato davvero a cambiare le cose.
Festival che stanno cercando di fare qualcosa di diverso
In realtà, nel mondo, qualcosa si muove. Esistono già festival dove il vino locale è parte integrante dell’esperienza, il “Vintae Wine Fest” in Spagna o “La Fête de la Véraison” in Provenza. Non come alternativa alla birra, ma come identità del posto. Sei in Provenza, ascolti musica, bevi rosato. È coerente: ha senso!
In Italia ci sono già alcune eccezioni: festival più piccoli e più curati, spesso legati al territorio, dove una cantina locale porta le sue bottiglie e il vino diventa parte del paesaggio. Non è ancora la norma, ma i casi ci sono.
E quando esiste, funziona. Perché aggiunge qualcosa che la “birra da stadio” non dà: un senso del posto. La sensazione di essere non solo a un festival, ma in un posto preciso, con una storia precisa, che viene rispecchiata in quello che trovi nel bicchiere.
Il concerto è come un gigante aperitivo
Ci piace pensare che i concerti estivi italiani potrebbero diventare qualcosa di simile a un enorme aperitivo (se non lo sono già). Gli ingredienti ci sono già tutti: la gente, la musica, la sera, l’estate. Manca solo il bicchiere giusto.
Non stiamo dicendo che tutti dovrebbero smettere di bere birra e passare al Franciacorta, ma piuttosto che in un paese dove il vino è cultura e identità, sarebbe bello che anche nei momenti collettivi come i concerti ci fosse spazio per lui. Non come protagonista assoluto, sappiamo già che non funziona così, ma come accompagnatore. Come opzione reale, non come un ripiego.
Un calice prima che inizino le note. Quando sei ancora ferma, la voce è intatta, e il conto alla rovescia è iniziato.


